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Racconti: Il Capitano (1941) – Cesare Pavese

Quell’anno lavoravo – era il prim’anno che lavoravo, e salire al mattino nella gran fabbrica vetrata dove disegnavo davanti a una finesta, mi schiariva le idee. Scendevo a volte in un camerone dove certi operai sorvegliavano una fila di macchine e passando ammiccavo a un tornitore – un giovanotto sveglio, che poche parole mi avevano rivelato. Non c’eravamo ancora intesi e collegati, ma sapevo bene che volendo mi sarebbe bastato parlargli. Ritardavo questo momento, perché in fondo capivo che non era la nostra azione che poteva contare, mentre la tacita intesa era – almeno per me – ben più preziosa. Mi dava il senso che, indipendentemente da me e dai compagni, era la realtà stessa che si muoveva verso di noi.

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